

134. La crisi di Cuba.

Da: A. M. Schlesinger jr, I mille giorni di J. F. Kennedy alla
Casa Bianca, Rizzoli, Milano, 1966.

Le relazioni internazionali dei primi anni Sessanta furono
contrassegnate da una grave tensione fra le due superpotenze. USA
e URSS, infatti, si fronteggiarono in una pericolosa prova di
forza a Cuba, lo stato dell'America centrale dove Fidel Castro,
dopo aver rovesciato la dittatura di Fulgencio Batista, protetta
dagli Stati Uniti, aveva instaurato una repubblica di tipo
socialista. Un primo momento di grave frizione si ebbe nel 1961,
quando i servizi segreti americani finanziarono e diressero un
tentativo di invasione di Cuba da parte di 1500 fuorusciti cubani,
che avrebbero dovuto rovesciare Fidel Castro. Il fallimento
dell'iniziativa fu seguito da un aggravamento della tensione, che
raggiunse il culmine nell'estate del 1962, quando gli Stati Uniti
scoprirono che Castro stava installando sul territorio cubano basi
di lancio per missili nucleari sovietici. Il presidente americano
John Fitzgerald Kennedy decret il blocco navale dell'isola e
chiese lo smantellamento delle basi; seguirono frenetiche
trattative fra Kennedy e Krusciov, che tennero in ansia il mondo
intero. L'atmosfera di quei giorni  qui ricostruita dallo storico
americano Arthur Meier Schlesinger jr, collaboratore del
presidente Kennedy per la politica estera.


Tutti a Washington aspettavano in ansia il discorso del presidente
alla nazione che sarebbe stato trasmesso per televisione quella
sera [21 ottobre 1962] [...]. Parl con espressione grave, in tono
calmo e deciso, esponendo i fatti con modi distaccati e giungendo
a una conclusione inequivocabile: Lo scopo di queste basi non pu
essere altro che quello di fornire la possibilit di un attacco
nucleare contro l'emisfero occidentale. Enumer le assicurazioni
sovietiche, tacciandole di essere un deliberato inganno, e
defin l'azione sovietica un mutamento dello status quo
deliberatamente provocatorio e ingiustificato, che non pu essere
accettato dal nostro paese se vogliamo che amici e nemici credano
ancora nel nostro coraggio e nel nostro impegno. Il nostro
costante obbiettivo, prosegu, era di porre fine a questa
minaccia nucleare contro agli americani. Pass poi a esporre
quelle che defin le sue misure iniziali: la quarantena di tutte
le attrezzature militari offensive dirette a Cuba; l'intensificata
sorveglianza su Cuba stessa; la dichiarazione che ogni missile
lanciato da Cuba sarebbe stato considerato come un attacco diretto
dell'Unione Sovietica contro gli Stati Uniti, passibile di una
piena rappresaglia contro l'Unione Sovietica; la convocazione
immediata dell'Organizzazione degli stati americani per prendere
in esame questa minaccia alla sicurezza dell'emisfero; una
riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite allo scopo di considerare questa minaccia alla pace del
mondo; e infine un appello da rivolgere a Kruscev per convincerlo
a desistere dal suo proposito di dominare il mondo e ad unirsi
allo sforzo storico comune di porre fine alla pericolosa corsa
agli armamenti e trasformare la storia dell'umanit.
Concluse poi in tono calmo e solenne: Miei cari concittadini,
senza dubbio questo  uno sforzo difficile e pericoloso... Nessuno
pu prevedere esattamente quale piega prenderanno le cose o quale
prezzo e quali perdite ci coster... Ma sarebbe ancora pi
pericoloso non far niente... Il nostro obiettivo non  di dare una
prova di forza, ma di vendicare la giustizia e di ottenere la
pace, ma la pace nella libert, e non a spese della libert, in
questo emisfero e, ci auguriamo, in tutto il mondo. E con l'aiuto
di Dio lo raggiungeremo. [...].
Ora la tensione andava aumentando. A Cuba gli operai lavoravano
giorno e notte per completare le basi. Stavano scaricando e
preparando per le rampe di lancio, con la massima velocit,
quarantadue missili nucleari di media portata e stavano
approntando gli aerei IL-28. Almeno venticinque navi mercantili
sovietiche, alcune delle quali senza dubbio cariche di missili di
portata intermedia, viaggiavano nell'Oceano Atlantico dirette a
Cuba: e continuavano a non mutare la loro rotta anche dopo il
discorso del presidente. Novanta navi della flotta americana
appoggiate da sessantotto squadriglie di aerei e da otto portaerei
si stavano dirigendo nella zona per intercettare e perquisire le
navi in viaggio. In Florida e negli stati limitrofi si stavano
raccogliendo le pi vaste forze d'invasione statunitense mai viste
fin dalla seconda guerra mondiale. A Mosca il governo sovietico,
in una lunga e rabbiosa dichiarazione, ignorando le accuse
riferentisi ai missili nucleari, insisteva che le armi cubane
avevano carattere difensivo e denunciava irosamente la quarantena
americana. [...].
Si diffusero nel mondo sentimenti di paura, di dubbio,
d'incertezza e di apprensione. Alla Casa Bianca il presidente
continu ad occuparsi freddamente dei suoi affari, a seguire sulle
carte nautiche il procedere delle navi sovietiche verso Cuba,
esaminando con attenzione ogni notizia che potesse indicare i
propositi sovietici, passando in rassegna lo spiegamento delle
forze armate americane. [...].
Al Cremlino, da quanto si poteva arguire, la situazione era
confusa. Evidentemente i russi non avevano previsto n che le basi
venissero scoperte cos presto n che venisse imposta cos
rapidamente la quarantena. I diplomatici russi sparsi in tutto il
mondo ostentavano la loro sorpresa, come se non fossero informati
dell'installazione dei missili e non avessero ricevuto istruzioni
al riguardo.
Anche l'ambasciatore Anatoly Dobrynin mostrava di non sapere nulla
al riguardo. Ancora mercoled il ministro della Giustizia
ricevette un messaggio di Mikojan [Anastas Ivanovic Mikojan,
vicepresidente del consiglio in URSS dal 1955 al 1964] nel quale
egli ribadiva che a Cuba non c'erano armi capaci di raggiungere
gli Stati Uniti. [...].
Mercoled sera, mentre stavamo riflettendo su questi problemi
nella sede della missione americana a New York, ricevetti una
telefonata da Averell Harriman [William Averell Harriman, politico
e diplomatico statunitense]. Parlando con tono insolitamente
concitato, mi disse che Kruscev stava cercando disperatamente di
farci capire che era disposto a collaborare alla ricerca di una
soluzione pacifica. [...].
A Washington gli uffici incaricati tracciarono le rotte e
studiarono le carte; i segni incoraggianti di mercoled sembrarono
trovare una conferma il gioved e convalidare il suggerimento
fatto da Ormsby Gore [senatore democratico, collaboratore del
presidente Kennedy] marted sera secondo cui la linea
d'intercettazione delle navi doveva essere portata pi in
prossimit di Cuba. Met delle navi sovietiche avevano virato di
bordo e stavano rientrando in patria. Altre erano evidentemente in
attesa di ulteriori ordini. Comunque solo una entr nella zona
della quarantena: una petroliera che ovviamente non trasportava
armi nucleari. A Washington alcuni erano del parere che dovevamo
reagire a questa provocazione con un'azione militare molto severa;
ma il presidente prese la terza decisione di importanza capitale e
cio decise di dare a Kruscev pi tempo e di lasciare che la
petroliera, una volta localizzata la propria posizione e scoperto
di trovarsi in zona di quarantena, procedesse senza essere
abbordata e perquisita. [...].
Nonostante la schiarita, la situazione rimaneva ancora molto
pericolosa. I lavori alle basi continuavano e, se non si fossero
fermati, presto i missili si sarebbero trovati sulle rampe di
lancio. L'Unione Sovietica non aveva ancora ammesso la presenza
dei missili nucleari a Cuba. Gioved sera Stevenson [Adlai Ewing
Stevenson, politico e diplomatico statunitense, capo della
delegazione USA all'ONU dal 1961 al 1965] riprese il dibattito al
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Egli respinse
vivacemente l'accusa sovietica che erano stati gli Stati Uniti a
minacciare la pace: E' la prima volta che sento dire che non  il
ladro il colpevole, ma chi lo scopre. A quelli poi che
giudicavano la quarantena un rimedio troppo estremo, rispose:
Dovevamo starcene ad aspettare senza muovere un dito che i
sovietici affilassero le loro armi e ce le puntassero alla gola?
[...] A mio parere la linea che abbiamo scelto  perfettamente
adeguata al carattere della minaccia. [...].
Venerd per i lavori sulle basi continuarono. In Florida
l'esercito americano si preparava all'invasione. A Washington le
voci favorevoli all'attacco si facevano pi numerose a mano a mano
che i lavori delle installazioni si avvicinavano alla fase di
completamento, mentre a Mosca la situazione doveva essere molto
tesa e dibattuta.
Kruscev aveva evidentemente rinunciato a inviare altre armi
nucleari, ma alcuni dei suoi collaboratori, forse i militari
sovietici, erano chiaramente decisi a mettere i missili che gi
erano sul posto in grado di funzionare al pi presto possibile. E
forse erano stati proprio questi uomini a prendere iniziative
pacifiche mercoled e gioved, allo scopo di guadagnare il tempo
necessario al completamento delle basi. In ogni caso, una volta
che i missili fossero stati sulle rampe di lancio, Mosca avrebbe
potuto trarre un maggiore vantaggio dalla situazione. [...].
Due ore dopo cominci ad arrivare telegraficamente una lunga
lettera di Kruscev al presidente. Il leader sovietico cominciava
con l'affermare che gli invii di armi erano finiti e che comunque
esse avevano solo scopo difensivo. Poi dichiarava di desiderare
ardentemente la pace; non dobbiamo permettere, proseguiva il
messaggio, che la situazione ci sfugga di mano. L'applicazione
della quarantena avrebbe avuto il solo effetto di costringere
l'Unione Sovietica a prendere le misure necessarie. Se invece gli
Stati Uniti si fossero impegnati a non invadere Cuba e a non
permettere che altri lo facessero, e se avessero dato ordine alla
flotta di interrompere la quarantena, le cose sarebbero cambiate
immediatamente. In questo caso la presenza dei sovietici a Cuba
non sarebbe pi stata necessaria. La crisi, scriveva Kruscev, era
come una corda con un nodo nel mezzo; pi se ne fossero tirati i
capi, pi il nodo si sarebbe stretto, e solo una spada avrebbe
potuto troncarlo. Se invece si fossero allentati i capi, il nodo
si sarebbe sciolto. [...].
Il 27 ottobre Kennedy scrisse a Kruscev: Ho letto la vostra
lettera del 26 ottobre con grande attenzione e ho appreso con
piacere che desiderate trovare una soluzione al pi presto.
Affermava poi di essere pronto a pervenire a un accordo secondo la
linea proposta da Kruscev, non appena i lavori alle basi dei
missili fossero stati fermati e le armi offensive rese innocue
sotto il controllo delle Nazioni Unite.
Espresse poi il suo profondo desiderio di trarre qualche vantaggio
dalla crisi: Se la vostra lettera significa che siete disposti a
discutere un'eventuale distensione a proposito della NATO e del
patto di Varsavia, noi siamo pronti a prendere in considerazione,
insieme ai nostri alleati, qualsiasi proposta ragionevole. [...].
Domenica 28 ottobre era una splendida giornata d'autunno. Alle
nove di mattina cominci ad arrivare la risposta di Kruscev. Alla
quinta frase capimmo chiaramente che aveva gettato la spugna. Egli
si impegnava a interrompere i lavori alle basi dei missili, a far
rispedire nell'Unione Sovietica le armi da voi definite
offensive e ad avviare i negoziati all'ONU. Poi, senza dubbio per
placare Castro, Kruscev chiese agli Stati Uniti di sospendere i
voli di ricognizione su Cuba. [...] Quanto al futuro, egli diceva:
E' nostro desiderio continuare lo scambio di vedute sulla
proibizione delle armi atomiche e termonucleari, il disarmo
generale e altri problemi riguardanti la distensione
internazionale.
